L’Ultimo Bardo d’Irlanda

ISBN: 9788896096277
Autore: Giuseppe Marino
Collana: Narrativa
Pagine: 56
Prezzo: 10,00 €

Descrizione: L’Ultimo Bardo errante d’Irlanda è la vita di un uomo che divenne leggenda. Sempre alla ricerca di nuove alchimie per alimentare lo spirito, la sete di perfettibilità, la fame di eternità. Un viaggio votato all’inseguimento della felicità e dei sogni.


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12 Commenti su “L’Ultimo Bardo d’Irlanda”

  1. Giuseppe Marino scrive:

    Ambientato negli anni tra il 1735 e il 1738, in un’Irlanda insanguinata dalla pesante dominazione inglese e quindi dalla guerra di religione tra anglicani e cattolici, il racconto narra gli ultimi anni di vita di Turlough O’Carolan, mitico “bardo”, musicista itinerante, eccellente suonatore irlandese d’arpa celtica. Insieme al fidato Phelan, O’Carolan percorre la propria terra diretto a nord, la parte più settentrionale dell’isola, dove intende far vibrare le corde della sua arpa, a Malin Head nella Contea del Donegal, di fronte all’Oceano Atlantico. Tra paesaggi suggestivi ed evocazioni di antiche storie e leggende, la narrazione coinvolge il lettore il quale dovrà confrontarsi con la sete di conoscenza, l’ansia continua di perfezione dell’artista, l’irrefrenabile desiderio di realizzare il suo sogno. Ed è probabile che lo stesso lettore si immedesimi nel protagonista. Si parla, infatti, di felicità e di sofferenza, elementi fondamentali nella vita di ognuno di noi: in fin dei conti cercare la felicità è come compiere un viaggio che può avere momenti intensi ed anche dolorosi. La felicità non è altro che l’inseguimento di un sogno, momento particolare, brevissimo, che quando si realizza ci rimette in moto per continuare nuovamente a cercarla. Un racconto avvincente ed emozionante.

  2. Giuseppe Marino scrive:

    Relazione tenuta dalla dott.ssa Milena Schirano durante la presentazione del libro tenutasi a Lizzano (TA) il 25 settembre 2009.

    Buonasera e ben trovati a tutti.
    Desidero ringraziare Giuseppe per l’invito che mi ha rivolto a presentare il suo libro.
    Presentare un libro in poche parole è un compito molto arduo. Ho pensato a come potesse essere e ho preso una decisione. Credo che il libro vada letto, per cui dirò pochissimo. Ho deciso piuttosto di concentrarmi sui motivi per cui questo libro riveste per me una importanza particolare.
    Io non sono un critico letterario. Sono, come dico sempre, un’utente appassionata dei libri. Un libro è un viaggio emozionante. La bellezza di un libro è incomprensibile a chi non li ama, è usare la fantasia, è “leggere” la fantasia. Leggere significa entrare in un periodo, in un personaggio, è immedesimazione, svago, conforto, curiosità. Come d’altronde apprezzo ed ammiro chi scrive: scrivere fa ragionare con se stessi, facendo affrontare i propri fantasmi, scandagliare il proprio inconscio più recondito vero percorso di crescita individuale e personale. Per cui, sono non qui ad analizzare il libro nel suo contenuto, nella sua forma ma ad esprimere le sensazione che esso mi ha dato.

    Un libro non lo si può presentare senza dire alcune cose essenziali sull’autore, in questo caso Giuseppe Marino, che, oltre ad essere un mio concittadino, conosco da sempre: siamo stati compagni di scuola. Poi l’ho ritrovato nella sua veste di docente di religione, scrittore e cultore di filosofia. I suoi studi, maturità classica e studi teologici, si possono rinvenire nei suoi scritti: l’autore si è già cimentato nella scrittura pubblicando una raccolta di poesie, “L’eternità e due pugni di sabbia”, e pubblicazioni a carattere filosofico religioso incentrati sul dramma della ricerca di Dio, sulla scoperta della finitudine dell’uomo di fronte all’infinito e l’onnipotenza di Dio. Libri sulla ricerca, dell’Assoluto, dell’eterno. La Ricerca è lo stesso filo conduttore che ritroviamo nel libro “L’Ultimo bardo d’Irlanda”. Perché anche questo libro è un libro sulla RICERCA. Ricerca della felicità.

    Il racconto è ambientato negli anni tra il 1735 e il 1738, in un’Irlanda insanguinata dalla pesante dominazione inglese e quindi dalla guerra di religione tra anglicani e cattolici. Il periodo più travagliato della storia d’Irlanda. Gli inglesi erano riusciti ad ottenere il controllo dell’intera isola, facilitati dalla frammentazione dell’Irlanda in tanti piccoli regni, e ad imporre la loro religione protestante. Espropriarono le terre agli irlandesi per darle ai coloni inglesi e scozzesi che furono trapiantati sull’isola in numero considerevole. Con le Leggi Penali fu tolto agli isolani cattolici ogni diritto umano, civile e politico. Vi era fame, miseria e povertà ovunque.

    In questo contesto, si raccontano gli ultimi anni di vita di O’Carolan, l’ultimo BARDO d’Irlanda.

    Il termine “Bardo” è di origine celtica e si riferisce alla figura del musicista itinerante. I bardi erano cantori raminghi, giullari sì ma dotti, poiché narravano gesta e leggende di cose realmente accadute, ingigantendole. Il bardo era dunque un latore di notizie, il cui compito fondamentale era informare, raccontare cosa stesse succedendo in terre lontanissime e irraggiungibili per chi ascoltava.

    Il racconto narra gli ultimi anni di vita di O’Carolan, mitico “bardo”, musicista itinerante, eccellente suonatore irlandese d’arpa celtica. Vissuto realmente che, ammalatosi di vaiolo a diciotto anni, diventò completamente cieco. A 65 anni si sente vecchio, stanco. Stanco della situazione di non vedente, stanco di viaggiare per tutta l’isola, stanco di dare consigli ai politici, religiosi e nobili che l’ospitavano. Stanco di vedere la propria terra martoriata. Sente il bisogno estremo di restare con la propria anima e di realizzare il proprio sogno. Insieme al suo compagno di viaggio, il fidato Phelan, addolorato nel vedere il suo Maestro sprofondato in uno spaventoso ed assurdo silenzio, compie il suo ultimo viaggio percorrendo la propria terra. Non vi dirò che sogno è…

    Il racconto è un Viaggio nella storia di un popolo lontano storicamente e geograficamente, di unicità paesaggistica, naturalistica e ricchezza culturale. Tra paesaggi suggestivi tipici d’Irlanda con i suoi colori e i suoi profumi, spesso segnati da devastazioni di guerra, razzie e rappresaglie ed evocazioni di antiche storie e leggende, la narrazione è coinvolgente.

    La lettura è molto agevole è un libro che si legge tutto d’un fiato.

    E’ facile per il lettore immedesimarsi nel protagonista: dovrà confrontarsi con la sete di conoscenza, l’ansia continua di perfezione dell’artista, l’irrefrenabile desiderio di realizzare il suo sogno, di cercare la felicità. Sogno che porta inevitabilmente alla sofferenza: in fin dei conti cercare la felicità è come compiere un viaggio che può avere momenti intensi ed anche dolorosi.
    Ci fa riflettere sull’importanza del sogno. E’ giusto fare di tutto affinché si avverino? Il sogno ci proietta nel futuro e quindi non bisogna mai smettere di alimentarli. Pur rimanendo realistici. I sogni si inseguono anche da vecchi. Non bisogna mai stancarsi di inseguire i propri sogni. I sogni mostrano la cosa realizzata, quindi un possibile futuro. In questo senso li inseguiamo, perché se percorriamo la stessa strada che hanno percorso loro per arrivare lì, è possibile che ci arriviamo anche noi… Mi viene in mente una poesia di P. Neruda che recita “Lentamente muore chi… non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno”.

    Colpisce particolarmente la figura dei Phelan. Commovente compagno di viaggio legato ad O’ Carolan da sincera amicizia, pur essendo più giovane di lui, di una trentina d’anni. Ama il suo Maestro, non vi sono segreti fra loro, pronto ad affrontare e combattere chissà quali ostacoli pur di far felice il suo amico. Ecco descritto un modo inedito di considerare il rapporto tra le generazioni. In questo senso, il rapporto tra le generazioni, è uno scambio, segnato da libertà e da rischio. Si scopre che vi sono diversi modi di vivere le diverse generazioni, oltre i legami di sangue, attraverso i legami di affinità, amicizia, fratellanza… le diverse generazioni, comunque definite, non sono da considerarsi come gruppi chiusi, ma come persone in relazione.

    Conclusioni. Che dire?
    Consiglio di leggere attentamente questo libro. Un piccolo libro dal quale trarre spunto per diverse riflessioni, un racconto avvincente ed emozionante.

  3. francesco lizzano scrive:

    E’ un libro di grande atmosfera,con descrizioni precise di luoghi,dialoghi,contenuti,e’ come toccare con mano i personaggi,i luoghi in cui si svolge la vita del racconto,un insieme di sensazioni e di emozioni audaci e struggenti,quindi un racconto molto avvolgente,che ti prende dalla prima all’ultima pagina di lettura.Complimenti all’autore,davvero bravo.

  4. [...] E con questo abbiamo terminato la nostra Intervista a Giuseppe Marino, che ringraziamo. Vi ricordiamo che, se volete acquistare il suo Libro, potete cliccare qui. [...]

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  7. Giuseppe Marino scrive:

    31 ottobre 2009, ore 19,30: presentazione del libro a Talsano (TA)

  8. Giuseppe Marino scrive:

    28 ottobre 2009, ore 11,00: presentazione del libro a Faggiano (TA)

  9. Giuseppe Marino scrive:

    Relazione tenuta dalla dot.sa Francesca Paola Simon durante la presentazione del libro a Faggiano (TA)il 28 ottobre 2009

    Testo linguisticamente semplice e lineare, che predilige una struttura paratattica delle proposizioni, quindi di gustosa leggibilità, “L’ultimo bardo d’Irlanda” è la narrazione di un personaggio divenuto leggenda, vissuto nell’Irlanda del XVIII secolo: Turlough O’Carolan.
    Il racconto è inserito in un preciso quadro storico che fa costante riferimento all’annosa contrapposizione culturale e, soprattutto, religiosa tra irlandesi e inglesi, tra cattolici e anglicani, e alla guerra che ne derivò: l’autore descrive nel capitolo VIII l’attacco degli inglesi, rappresentandone l’orrore e lo sfacelo attraverso una sapiente “Guernica” di parole che dipingono e rendono vivida ogni immagine di morte e devastazione.
    Il protagonista è un musicista, cieco sin dall’età di 18 anni, ma dotato di una rara sensibilità che riesce a esprimere attraverso la sua arte: la musica.
    Per mezzo della sua arpa, “l’ultimo bardo” riesce ad affascinare (nella piena accezione del termine da cui il verbo deriva: “fascinazione”) chiunque gli presti ascolto, proprio come faceva il mitico Orfeo con la sua preziosa cetra. E qui si intravede l’omaggio che l’autore fa alla forza prorompente del linguaggio musicale, che si fa linguaggio universale dell’esperienza dello spirito umano.
    La biografia di Turlough O’ Carolan viene inserita all’interno di un’invenzione letteraria, che sfrutta maturamente il topos del viaggio: viaggio come pellegrinaggio all’interno di una regione, viaggio come metafora di introspezione, come recherche, come aspirazione al compimento della felicità esistenziale.
    Si tratta, pertanto di un racconto verisimile, che –per dirla alla maniera del grande Manzoni- ha il vero per oggetto (la biografia del musicista), l’utile per scopo (il messaggio finale, l’insegnamento al lettore), l’interessante per mezzo (l’invenzione letteraria).
    Non pochi sono i rimandi alla tradizione letteraria:
    • Il bardo è cieco, proprio come il mitico Omero: ma proprio tale stato di privazione, di menomazione fisica rende possibile il miracolo di “vedere” nel buio, di cercare la luce e di intravederla attraverso la sensibilità artistica.
    • Il bardo compie, attraverso il suo canto, un’azione “fascinatrice”, seducente, come il divino Orfeo della mitica regione arcadica.
    • L’amicizia, il profondo e indissolubile legame tra O’Carolan e il suo fedele amico Phelàn rimandano al rapporto tra Don Chisciotte e Sancho Panza nel romanzo di Cervantes; ma si possono ritrovare anche Virgilio e Dante della Divina Commedia, ossia il rapporto tra il maestro, la guida e l’allievo che deve pervenire alla conoscenza.
    Si può, così, intravedere il saggio proposito rinascimentale dell”imitatio in inventione”, che carica il testo di forti insegnamenti provenienti dai grandi personaggi e dalle grandi opere del passato e, contestualmente, di originalità inventiva propria dell’autore.
    Infine, si consiglia la lettura dell’opera anche ai più giovani, perché il libro è portatore di grandi valori:
    • La contrapposizione tra le devastazioni causate dalla guerra e il bisogno di realizzare i sogni nonostante le avversità;
    • La profondità dei legami affettivi, e in particolare dell’amicizia;
    • L’aspirazione al raggiungimento di un sogno attraverso l’arte;
    • La spasmodica ricerca di perfettibilità, che spinge l’uomo a valicare i confini dei propri limiti, al fine di esprimere se stesso nel migliore dei modi possibili.
    Sta proprio in quest’ultimo punto la forza di questo racconto: ricordare ai nostri giovani -intorpiditi da un consumismo che tutto annienta, soprattutto i sogni e la fantasia- che l’essenza della vita sta proprio nella forza della ricerca, nella spinta a cercare un volo, nello sforzo di vedere realizzato un progetto di vita. E tante volte sono proprio le difficoltà, gli sforzi, le attese a rendere più bella la vita e più desiderabile il raggiungimento di un traguardo.
    “ Dopo pochi giorni, agonizzante sul letto di morte, Carolan chiese la sua arpa. […] La musica che usciva fuori dalle corde dell’arpa riempirono la casa e il cuore di chi ascoltava, per sempre. […] Addio al suo inseparabile ed amato amico Phelan che lo aveva accompagnato nel pellegrinaggio della sua vita, sempre alla ricerca della felicità e della serenità interiore e di quella maledetta corda che non vibrava mai come avrebbe voluto. Ma quella corda adesso suonava e vibrava come il suo cuore aveva sempre desiderato. E pianse commosso”.

  10. [...] E con questo abbiamo terminato la nostra Intervista a Giuseppe Marino, che ringraziamo. Vi ricordiamo che, se volete acquistare il suo Libro, potete cliccare qui. [...]

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  12. Giuseppe Marino scrive:

    Relazione tenuta dalla dott.ssa Mariella Eloisia Orlando durante la presentazione del libro tenuta a Masaafra (TA) il 9 Maggio 2010

    Un viaggio condensato in 55 pagine, una biografia raccolta in 13 capitoli, questo è L’Ultimo Bardo d’Irlanda.

    Colui che l’autore definisce L’Ultimo Bardo d’Irlanda è Turlough O’Carolan, arpista e poeta itinerante realmente vissuto nell’Irlanda del 1700.

    O’Carolan nacque a Nobber, nella contea di Meath. All’età di 14 anni si spostò con la sua famiglia a Ballyfarnan, nella contea di Roscommon, dove suo padre andò a lavorare presso la famiglia MacDermott Roe. La sig.ra MacDermott gli diede la possibilità di istruirsi. Da subito emerse il suo talento poetico. Il vaiolo lo rese cieco all’età di 18 anni. O’Carolan studiò arpa per tre anni, poi presi un cavallo e una guida cominciò a percorrere l’Irlanda, da un capo all’altro, componendo canzoni per i nobili. Ha praticato il mestiere di arpista itinerante per 50 anni. Celebrato già in vita, più come poeta che come compositore, morì nella casa del suo benefattore McDermott Roe nel 1738.

    Il testo nasce proprio dalla biografia di quest’uomo e racconta gli ultimi tre anni della sua vita in maniera scorrevole e coinvolgente.

    Il filo conduttore del libro è sicuramente la ricerca, il tormento interiore di uno spirito inquieto. Ciò appare chiaro già dalla quarta di copertina in cui si legge: “L’Ultimo Bardo errante d’Irlanda è la vita di un uomo che divenne leggenda. Sempre alla ricerca di nuove alchimie per alimentare lo spirito, la sete di perfettibilità, la fame di eternità. Un viaggio votato all’inseguimento della felicità e dei sogni”. Già nel primo capitolo si assapora questa sete di perfezione

    “…il suo spirito, che andava sempre alla ricerca del suono perfetto, non si sentiva appagato” (Capitolo I, pag. 3)

    A rimarcare questo concetto più avanti si legge: Gli artisti “Cercano sempre nuove alchimie per alimentare il loro spirito, la loro sete di perfettibilità, la loro fame di eternità”. (Capitolo I, pag. 6)

    È lo stesso Carolan a manifestare la sua inquietudine dicendo: “Non riesco a darmi pace, sapete? Non so come spiegarvelo: è come se qualcuno o qualcosa mi spinga a farlo. Non so cosa sia. Forse è questa matta voglia che circonda noi artisti di non essere mai paghi di quello che facciamo…, di quello che siamo. Siamo sempre in continua ricerca di cose nuove, di stimoli sempre freschi… Forse è la paura di restare soli,… Forse è il desiderio di non essere ricordati in futuro, forse è il desiderio di eternità, forse è il desiderio di amare e di essere amati. Forse è perché ci piace fare cose strane. Non saprei, davvero. Forse sono tutte queste cose messe insieme. Lo so, siamo pazzi. Ma chi non lo è, d’altronde? Ognuno ha le sue pazzie. E io ho le mie”. (Capitolo I, pag. 8-9)

    Un altro aspetto da sottolineare è la capacità descrittiva dell’autore, che dipinge con le parole gli incantevoli paesaggi irlandesi come un pittore farebbe con i suoi pennelli.

    L’Irlanda di cui si parla nel testo con dovizia di dettagli geografici è quella martoriata dall’invasione inglese e quindi dallo scontro religioso tra cristiani cattolici e anglicani. “C’era un clima di oppressione che gridava: “Libertà!”, e che, da un momento all’altro, minacciava di esplodere nuovamente”. (Capitolo VII, pag. 30)

    “L’Irlanda – si legge ancora nel capitolo 7 – era divisa ancora in tanti piccoli regni e questa frammentazione facilitò l’opera degli inglesi che cercarono in ogni modo di imporre la religione protestante”. (Capitolo VII, pag. 32)

    Poi, ancora nel capitolo 10, una scena rappresenta lo strazio della guerra “Un villaggio di cristiani cattolici era stato attaccato dalle truppe inglesi di religione anglicana. Erano rimasti solo pochi ruderi. La chiesa, al loro passaggio, era ancora in fiamme.

    Un vecchio batteva i pugni contro la terra, sporca del sangue del suo popolo, e imprecava”. (Capitolo X, pag. 42)

    L’assurda atrocità della guerra è condannata da Carolan che rivolgendosi al suo compagno di avventure dice: “Phelan, io vi voglio bene, ma dovete crescere. A volte, vedete, mi sembrate proprio un bambino! Non vi offendete, però. Lo dico nel senso buono”, replicò Carolan. E poi continuò: “La questione poi è molto complicata. Non si possono dare delle risposte scontate, né tantomeno si possono trovare soluzioni semplicistiche ai problemi della vita e della storia. Sappiate che anche la Chiesa Cattolica in tempi passati ha ammazzato la gente in nome di Dio. Chi incolpare, Phelan? Io non condanno la Chiesa. Condanno gli uomini che si arrogano il diritto di ergersi al di sopra di Dio, e si fanno giudici; tra questi naturalmente, ci sono anche uomini di chiesa”. (Capitolo X, pag. 45)

    Lo spirito patriottico di Carolan, emerge quando Pelan, suo compagno di viaggio, lo invita a scansare il pericolo chiedendo protezione a qualche nobile del posto, anche se inglese, in nome della sua arte “Questa è la mia terra, la mia patria. Io non abbandonerò mai il mio popolo. Le offese che subisce il mio popolo sono anche le mie. Non lascerò la mia terra a degli stranieri. E voi dovreste vergognarvi per quello che dite. La prossima volta che dovete proferire parola è meglio che ci pensiate due volte. Dovreste essere più orgoglioso di appartenere a questo popolo, diamine! Le vostre parole mi hanno offeso Phelan”. (Capitolo X, pag. 44)

    La sofferenza causata dalla situazione in cui versa il suo popolo fa sprofondare Carolan in un profondo silenzio “Quale abisso l’animo umano! Insondabili e profondi i suoi pensieri. Volle restare solo, lì, sospeso tra la terra e il cielo, immerso nei suoi pensieri”. (Capitolo VII, pag. 28)

    Molto chiaramente più avanti si legge dello stato d’animo dell’arpista “All’età di 65 anni si sentiva vecchio. Era stanco. Stanco della situazione di non vedente, stanco di viaggiare per tutta l’isola, stanco di dare consigli ai politici, religiosi e nobili che lo ospitavano. Stanco per tutto quello che stava succedendo nella sua isola.

    Era per questo motivo che si era ritirato lontano dai problemi e dai pettegolezzi di corte e dalle parrucche incipriate.

    In questo momento, il più grande bardo errante dell’isola d’Irlanda, il vate, il profeta, stava amando più che mai la solitudine. Sentiva il bisogno estremo di restare con la propria anima”. (Capitolo VIII, pag. 34)

    Poi ancora “Il silenzio, ormai, durava da giorni e aveva preso dimora nel suo corpo. Anche la sua arpa non emetteva più alcun suono. Era da tempo infatti che le corde non vibravano più”. (Capitolo IX, pag. 35)

    Un aspetto direi fondamentale del racconto è l’inseguimento dei sogni e della felicità. Alla maniera di Paulo Choelo possiamo dire “è proprio l’idea di realizzare un sogno a rendere la vita interessante. Ebbene, il desiderio di Carolan è suonare la sua arpa a Malin Head, davanti all’oceano. Raggiunta la meta, si riparte per Dublino dove si ritorna ai fasti della vita da artista di corte, accolto e stimato da tutti, oltre che conteso. Con l’arrivo a Dublino, arriva la stabilità e un po’ di riposo dopo tanto girovagare.

    Il viaggio iniziato il 27 aprile 1735 si concluderà il 25 marzo 1738. Se l’Irlanda è dunque una protagonista silenziosa del racconto, Phelan è parte attiva e spalla di Carolan, un fidato compagno di avventure, un amico fraterno (Leggi pag 36, 37)

    Dopo quest’inno all’amicizia, concludo il mio intervento citando Turlough O’Carolan. Con queste parole Giuseppe Marino apre L’Ultimo Bardo d’Irlanda “Vasta è la mia fama quanto lo è il cielo. Io sono il migliore riguardo la potenza del mio dito, nessuno mai potrà trovarsi a competere con me”.

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