Descrizione

Quello che mi accingo a raccontare è il frutto di una lunga confessione di un vecchio disgraziato, che incontrai per la prima volta su di una panchina. Dall’aspetto non era, per il vero, tanto vecchio, ma i modi e il suo fare, nel complesso, lo rendevano più datato di quanto fosse. Di lui, oggi, dopo l’impegno che mi sono assunto, non ho saputo più nulla. L’ho cercato per valli e monti, l’ho forse intravisto da lontano, anche rincorso; oggi spesso vivo nel riflesso della sua ombra. È svanito, come un fantasma, delegandomi unico esecutore testamentario della sua vicenda, di questo gravoso impegno. Ci vedevamo sovente in luoghi apparentemente differenti, ma in realtà sempre uguali. Belli ed infiniti, come gli incubi, che di volta in volta trasudavano dalla pelle di quell’uomo. Il suo, imparai a capire, non era un vivere, come il resto dell’umanità concepisce la vita, ma una continua esplorazione, un continuo viaggiare attraverso essa. Ed in essa e nei suoi elementi, vagare in perigliose avventure . Ogni incontro diveniva il racconto di una nuova burrasca, di un nuovo blizzard, di una lotta con elementi avversi al suo nuotare e camminare, scoprii ben presto, mai un tranquillo navigare. Apparteneva di comune concerto con gli elementi, di cui talvolta, nei suoi deliri, si riteneva signore e padrone. Talvolta mi accorsi anche che non parlava, che non rideva, che non piangeva, ma soffiava come una tramontana, come un vento, un vento gelido d’inverno. Che il suo piangere era l’acqua, ed i suoi singhiozzi fiocchi di neve. Il suo linguaggio sembrava scaturire dalle viscere della terra, le sue parole dal vento stesso, i suoi incubi da un conto in sospeso con tutti gli uomini. Una esperienza onirica ed allucinatoria allo stesso tempo; perché i suoi incubi, con il tempo, divennero anche i miei incubi . La sua anima, la mia anima…

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